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Mussolini: la liberazione sul Gran Sasso

Posted in agosto 31st, 2008
by Leon in storia




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Appena appresa la notizia dell’arresto di Mussolini, avvenuto a Roma, nella residenza estiva del re Vittorio Emanuele III (villa Savoia o villa Ada), il 25 luglio del 1943 alle 5 del pomeriggio, il subitaneo pensiero di Adolf Hitler, la sera del giorno stesso, è stato quello di elaborare un piano per liberare il suo alleato italiano: ventiquattro ore dopo giunge al Quartier Generale di Hitler, la «Tana del lupo» a Rastenburg (la odierna Ketrzyn, nella Polonia nord-orientale), il capitano delle «truppe speciali» (un nucleo delle SS) Otto Skorzeny.
Al momento d’incontrare il capo supremo del Reich, al giovane e temerario capitano «un terrore irrazionale quasi gli fece perdere le gambe».

Con lo Skorzeny erano stati convocati a Rastenburg altri sei ufficiali tedeschi, tutti di grado superiore al suo.
Al generale dei paracadutisti Kurt Student Hitler ha detto: «L’ho fatta venire qui per affidarle un compito della massima importanza. Crede però che sia stata presa perchè la mia detenzione alla Maddalena offre scarsa sicurezza».
Riferisce Arrigo Petacco: «Mussolini lasciò la Maddalena alle 4 del mattino del 28 agosto. ‘Dove mi conducete questa volta?’, chiese il duce al Faiola. ‘Non posso dirvelo’, fu la risposta del tenente. Kappler aveva avuto conferma della notizia dal capitano delle SS Erikch Priebke che il 7 settembre del 1943 era andato di persona a Campo Imperatore.
Ad Assergi il Gueli dice al prigioniero (31 agosto): «I tedeschi stanno scendendo a valanga nel Paese. Ha scritto Romano Mussolini. Parlo di mistero perchè sembra incredibile che l’albergo non fosse stato sgomberato prima dell’arrivo del Duce. Di certo rimane che i venti Carabinieri al comando del tenente Faiola che avevano in custodia mio padre, non avevano la minima idea di quello che sarebbe accaduto».
Attraversa un altopiano verde e dolce di teatrale bellezza che ha le rocce del Gran Sasso come sfondo alle sue spalle.
E’ stato il discorso pacificatore di Luciano Violante (12 ottobre del 2003) a consentire che si ricominciasse a discutere anche del soggiorno mussoliniano a Campo Imperatore e a rendere meno imbarazzante l’apertura della stanza 201 alla curiosità dei turisti.
A Mussolini, come sappiamo, è stato destinato l’appartamento 201, al secondo piano: camera, salottino, bagno, ingresso e un ambiente destinato ai custodi.
Oggi gli ospiti possono dormire nel letto del Duce, sedere alla sua scrivania con vista sul Gran Sasso e fare un tuffo nel passato.

Nel settembre del 1943, l’edificio era sorvegliato da un presidio armato dislocato all’ingresso.
Al Gran Sasso la sorveglianza è meno rigida se paragonata a quella a cui era sottoposto il duce durante il suo soggiorno alla Maddalena.
Il 13 agosto Mussolini ha domandato al Gueli: « ‘Avete un’idea del motivo per il quale io sono qui?’ ».
Passano dei greggi saliti in primavera sin dall’agro romano a pascolare sui pianori del Gran Sasso.

Un pastore si avvicna al Duce e gli dice: «Noi della campagna siamo rimasti tutti fascisti. E’ inquieto a motivo del silenzio e del segreto nei quali è costantemente tenuto.
Come già accennato all’albergo di Campo Imperatore, il duce mangiava nel suo salotto, raramente scendeva al piano terra nella sala comune.
Più familiari erano, invece, i rapporti tra Mussolini e la cameriera Lisetta Moscardi.
Mussolini, accortosene, l’ha aiutata a posarlo sul comodino.
Nel frattempo, alla figlia del duce Edda Ciano Mussolini arrivata fuggiasca in Germania, Hitler, con le lacrime agli occhi, ha fatto una solenne promessa: «Sarà liberato (Mussolini, ndr). A quell’epoca, disse, comandavo un gruppo di paracadutisti, nella zona di Frascati; il mio battaglione  faceva parte delle forze che erano alle dipendenze del generale Kurt Student. Alle 15 del giorno 11 settembre del 1943, nella tenda del comandante, nel parco del collegio Mondragone, squillò a lungo il telefono. Per ordine del generale dovevo presentarmi al comando. Appena arrivato, Student mi comunicò che all’indomani mattina, alle sette, avrei dovuto recarmi nella zona del Gran Sasso per liberare Mussolini: ‘Con due compagnie, mi disse il generale, scendete nella vallata di Assergi, e successivamente, provvedete ad attaccare l’albergo che si trova appollaiato sui dirupi della vetta. Con Skorzeny, erano arrivati anche una trentina di soldati delle Waffen SS che vennero aggregati al mio battaglione».

«Sapevamo che al Gran Sasso erano state disposte sentinelle con l’ordine di aprire il fuoco contro chiunque avesse tentato di avvicinarsi all’albergo in cui tenevano rinchiuso Mussolini. Il piano che preparai era piuttosto semplice: una compagnia, al comando del tenente von Berlepsch, la migliore del reparto, doveva calarsi nei pressi dell’albergo e, con una azione di sorpresa, liberare il Duce. Altre forze dovevano invece impadronirsi della stazione a monte della funivia mentre il grosso del battaglione, al mio comando, aveva il compito di occupare la vallata di Assergi e la stazione di partenza della funicolare. Alle 23 e trenta del giorno 11 settembre, al comando di Student e nella mia tenda, si discuteva ancora su chi avrebbe dovuto accompagnare Mussolini, a bordo dell’aereo di Gerlach.
Il 6 settembre del 1943, a Roma, si sono rammentati dell’esistenza del prigioniero relegato in vetta al Gran Sasso d’Italia.
Al Viminale, la mattina del 9 settembre, il capo della Polizia Carmine Senise, uno dei pochissimi ancora rimasti a Roma, discute la sorte del duce con il ministro degli Interni Umberto Ricci.
La cosa mi ha lasciato del tutto indifferente. Del passato non voglio dire una parola. Ha, inoltre, disposto che i cani da guardia restassero alla catena negli angoli morti del fabbricato.

Il mattino dell’8 settembre, il tenente Faiola ha presentato al duce il pastore che forniva i latticini per la mensa del prigioniero e per quella dei guardiani.
Mussolini ha scambiato alcune parole con lui.
Un discorso del genere è il meno adatto per convincere qualcuno a restarsene al Quartier Generale ad aspettare il ritorno dei compagni.
Oltre al danno, anche la beffa.
I piani tedeschi per impossessarsi del duce sono tre, tra loro alternativi e tutti operanti.
L’ordine è di liberare subito Mussolini e di proteggerlo fino all’arrivo dei rinforzi. Mussolini viaggerà a bordo di una delle nostre autoblinde che resterà sempre al centro della formazione per essere opportunamente difesa in caso di attacco nemico».
Ha detto il generale tedesco: «Mussolini raggiungerà Pratica di Mare in aereo. Vi sarò molto grato se mi consentirete di prendervi parte al fianco dei vostri valorosi  paracadutisti».
Vi preciso inoltre che, in virtù del suo rango nelle SS, non possiamo porre il capitano Skorzeny agli ordini del tenente von Berlepsch.
A Roma, alle ore 7,45 del 12 Settembre 1943, un reggimento della seconda divisione paracadutisti comandato dal generale Marcantonio Bragadin ha occupato il palazzo del Viminale.
Guadagnato tempo prezioso i paracadutisti, dopo aver circondato l’albergo, avrebbero potuto così disarmare il presidio posto a guardia del duce senza colpo ferire e quindi procedere alla liberazione  dell’illustre prigioniero.
A Campo Imperatore Mussolini aveva espresso al tenente Faloia alcuni suoi non infondati timori e cioè l’assillante preoccupazione di cadere vivo nelle mani degli alleati: «La sera del 9 settembre, ascoltando la radio, il Duce apprese che fra le clausole dell’armistizio era compresa la consegna della sua persona al nemico. La reazione di Mussolini all’annuncio dell’armistizio lo porta a presagire l’invasione da parte dei tedeschi del territorio nazionale e l’inizio delle loro feroci rappresaglie.
Alla Maddalena Mussolini si lascia andare «senza più prevenzioni», fino al punto di sviluppare una sorta di amicizia.
Si siede premurosamente sul bordo del letto, gli chiede della sua famiglia, della moglie e della carriera.
Al Gran Sasso il legame si stringe ulteriormente.
Mussolini colpisce Antichi con il suo atteggiamento.
Molti psichiatri di mia conoscenza hanno letto il libro del Bollone intitolato «La psicologia di Mussolini».
Alla vista del prigioniero gli ha sorriso, dicendogli: «Già a letto stasera?».
Mussolini non le ha risposto subito.
Mussolini».

Interessante è quello che c’è scritto su Il Corriere della Sera del 16-17 settembre del 1943:

«I primi particolari sulle intenzioni che gli alleati avevano in animo verso Mussolini prigioniero si apprendono dalla Berliner Borse Zettung di giovedì mattina per tramite del suo corrispondente di Lisbona: ‘La liberazione di Mussolini è avvenuta tre, quattro ore prima che il Duce dovesse venir consegnato agli Stati Uniti. Roosevelt intendeva accogliere Mussolini come prigioniero alla Casa Bianca ed alla presenza di Churchill, in questa occasione, avrebbe fatto un radiodiscorso. L’arrivo del Duce a Nuova York era previsto per il 16 settembre. L’organizzazione di questo progetto richiese più tempo del previsto. Stimando erroneamente il valore delle contromisure tedesche di fronte alla capitolazione di Badoglio, non si diede alcuna importanza decisiva al fattore tempo. Fra i primi ad accorrere è stato il maresciallo maggiore Osvaldo Antichi, addetto alla sorveglianza del prigioniero.
Erano accorsi altri Carabinieri e il tenente Faiola. Sì, Mussolini tentò il suicidio in quel settembre del 1943. Si tagliò le vene dei polsi nel bagno della camera dell’albergo a Campo Imperatore. Il duce è giunto alle 12,00 del 28 agosto del 1943 alla villetta della base della funivia dove ha soggiornato fino al 6 settembre successivo.
Dei quattro, chi ebbe contatti diuturni con Mussolini è stata la cameriera «Bambina», il soprannome con cui il duce chiamava abitualmente Lisetta.
Infine, alla richiesta del «tapiroforo» di donare un capello per la prova del DNA, il presunto ennesimmo figlio di Mussolini ha risposto: «La prossima volta».
Gueli, dopo aver ottenuto la richiesta conferma del messaggio, chiama il Faiola che lo raggiunge in compagnia della guardia addetta alla persona di Mussolini, il maresciallo Antichi.

Fatto conoscere il contenuto del telegramma al Faiola ed al suo sottoposto, il Gueli ha detto:

«Il Faiola e l’Antichi mi domandano la mia interpretazione.
Parlando dell’atteggiamento remissivo e conciliante del Gueli (risparmiare Mussolini), Luigi Romersa ha scritto. Alle 11 il Gueli scende ad Assergi, alla stazione di base della funivia.
Ciò traspare da quanto ci riferisce Giovanni Dolfin, segretario del duce al tempo di Salò: «Mussolini desidera stabilire l’esistenza o meno del famoso ordine, che si afferma impartito da Badoglio, di giungere alla sua uccisione in caso di pericolo, e cioè di tentativi di fuga o di liberazione. Anche Mussolini è nella sala da pranzo.
Un aereo sbucò dalle cime del Gran Sasso».
Avrei preferito essere liberato dagli italiani».
Alle 13,30, infatti, l’Antichi lo accompagna nella sua camera al piano superiore.
Probabilmente Badoglio confidava nel fatto che Gueli e Faiola non avrebbero consegnato Mussolini vivo ai tedeschi (come abbiamo visto si sbagliava di grosso)».
Nelle prime ore del mattino del 12 settembre una fitta nuvola¬glia biancastra copriva le cime del Gran Sasso.
Come sappiamo, Mussolini, agitato e nervoso, all’ora della colazione non ha toccato cibo.
All’improvviso è stato possibile avvertire il passaggio di alcuni veli¬voli, quelli che careggiavano i nove alianti di Skorzeny (provenienti da Grosseto, erano stati trasferiti a Pratica di Mare) con a bordo i 90 paracadutisti tedeschi al comando del barone Georg von Berlepsch (tenente del Lehr-Battaillon) e 15 incursori della Divisione SS Friedenthal agli ordini diretti di Skorzeny (tre alianti si erano danneggiati al momento del decollo sul campo d’aviazione di Pratica di Mare situato nei pressi di Torvajanica).
Inoltre, avrebbe condotto personalmente Mussolini in Germania».

Il Faiola si precipita nella camera del Gueli.
L’ispettore sta dormendo nel suo alloggio al terzo piano.
Al Faiola, sopraggiunto subito dopo, ordina: «Cedete senz’altro».
Erano esattamente le 14.
Mussolini stava con le braccia incrociate davanti alla finestra aperta della sua stanza nell’albergo, quando un aliante si è posato a cento metri di distanza dal¬l’edificio.
La stazione di Assergi della funivia era stata preventivamente occupata dagli uomini del maggiore Harald Mors che agivano in perfetto sincronismo con le manovre effettuate dagli alianti (i pattini dei velivoli erano stati avvolti con del filo spinato per aumentare l’attrito dell’aliante al momento dell’atterraggio al suolo) su cui viaggiavano Skorzeny ed i paracadutisti destinati a svolgere il ruolo degli assalitori di punta.
Alla testa del  questo gruppo proveniente dalla stazione della funivia c’era Skorzeny che era appena sceso dal primo aliante atterrato e si era affrettato a radunare i paracadutisti risaliti da Assergi.
I Carabinieri avevano già le armi in posizione di sparo, quando Mussolini ha scorto, nel gruppo comandato da Skorzeny, un ufficiale italiano.
Giunto più vicino lo ha riconosciuto: era il generale Fernando Soleti del corpo della Polizia dell’Africa Italiana.

Alla vista del generale sabaudo che veniva avanti tremebondo col gruppo tedesco, le armi si si sono abbassate.
Come sappiamo, il generale Soleti era stato prelevato al mattino da Skorzeny.
Ha detto al duce che non era consigliabile tornare immediatamente a Roma dove c’era una «atmosfera di guerra civile» e ha dato a Mussolini qualche notizia sulla fuga ignominiosa del governo e del re a Brindisi.
 Ringraziato dal capitano Skorzeny, al Soleti è stata riconsegnata la sua pistola ed è stato accolto il desiderio da lui espresso di seguire Mussolini dovunque egli avesse voluto recarsi.
Il generale italiano impallidisce a vista d’occhio, e ben presto il colore del viso diventa simile al grigioverde dell’uniforme».
Si tratta dell’utilizzazione del generale italiano Soleti in qualità di ostaggio. Al mio fianco, sento ansare i miei uomini. Saranno i primi paracadutisti di Mors a introdursi nella camera di Mussolini. Tallonato dal tenente Schwerdt si era precipitato per una porta essendogli parso d’intravedere a una finestra dei piani superiori la testa rasata del duce del fascismo.
«Subito da Mussolini», ha gridato Skorzeny al Faiola.
I paracadutisti, data la straordinaria facilità con cui senza colpo ferire avevano portato a termine l’impresa, erano al colmo dell’euforia.
Scherzi del destino.
Alle 15 tutto era pronto per la partenza.
Skorzeny, irrigidito sull’attenti, chiede al Duce dove vuole essere condotto.
I diari di Mussolini vengono presi in consegna dallo Skorzeny.
‘Stazione del Monte occupata’,  mi annunciò un’altra voce. Quando Mors sale al secondo piano trova un Mussolini ben diverso da quello che aveva visto nel l937.
Il Maggiore Mors comunica al Gran Quartier Generale di Hitler: «Ordine eseguito. Duce arriva in aereo».
Gli annuncio che lo condurremo immediatamente da Hitler, al Gran Quartier Generale. Mi presentai e gli dissi: ‘Dobbiamo portarvi al più presto al Quartier Generale del Fuhrer’. Con Marco Patricelli il Mors si è così espresso: «Provai al momento dell’incontro con Mussolini un senso di pietà verso di lui, restituito alla guerra, alla politica, alla Storia. La fine del duce comincia nel momento stesso in cui viene liberato dai paracadutisti del maggiore Mors.
I lineamenti del volto non sono però mutati. Gli occhi neri e ardenti sono invece sempre quelli suoi, del Duce. Fra i tedeschi che lo sostengono, il capo del fascismo appena liberato scende al piano terra dell’albergo.
All’uscita saluta sia i tedeschi che gli italiani.
Quest’ultimo, nonostante l’insistenza del duce, non accetta neppure di seguirlo alla Rocca delle Caminate.
Anche l’Antichi rifiuta di partire al suo seguito. Il duce lo abbraccia.
Parta al più presto, portando a bordo il capitano Skorzeny!».
Un ufficiale delle SS al tuo fianco può sempre essere utile’. Mussolini era davanti, Skorzeny dietro, la mano è appoggiata sulla spalla del dittatore».
Molti erano sinceramente commossi.
Parlando del decollo, lo Skorzeny ha raccontato: «La ruota sinistra del carrello d’atterraggio urta ancora una volta violentemente contro il suolo. L’apparecchio si inclina leggermente sul davanti e ci troviamo all’improvviso al limite della spianata. I dodici uomini che lo trattenevano erano al limite dalla resistenza. In Russia ho guidato l’aereo del Fuhrer».
Bisogna sottolineare un fatto: alla cloche della «Cicogna» c’era un asso dell’aviazione militare tedesca.
Tutti avevano temuto l’irreparabile.

Ha affermato il duce: «Ora dovevamo lasciare Campo Imperatore al più presto. Lo Storch (velivolo da ricognizione pensato per appena due occupanti) ha corso un enorme rischio, decollando dopo una breve rincorsa gravato com’era dal peso del pilota, del corpulento Mussolini e del colosso Skorzeny.
Il tutto a danno del generale Kurt Student e del maggiore Harald Mors, i veri programmatori ed esecutori materiali del piano organizzato per liberare il duce.
Si è, inoltre, saputo che alle 11 del 12 settembre lo Skorzeny ha telefonato in Germania al gerarca nazista Ernst Kaltenbrunner il quale ha avuto tutto il tempo necessario per allestire la propaganda che ha creato il mito intorno al capitano delle SS.
Così aveva promesso Hitler a Mussolini nel 1938.

Nell’estate del 1943 era giunto il momento di tener fede alla parola data e il fuhrer ha rispettato i suoi impegni senza deflettere e nel migliore dei modi.
Il «liberatore» di Mussolini, un viennese e quindi un tedesco del Sud, ha dimostrato un vero talento nell’arte di arrangiarsi.
Con il risultato che oggi il nome di Skorzeny continua ad essere quello del liberatore di Mussolini.
La fama di Skorzeny è del tutto immeritata.
Al comando del SS-Fallschirmjäger Bataillon 500, nell’aprile del 1944 ha collaborato con Himmler alla pianificazione dell’operazione, poi fallita, che aveva come scopo quello di catturare il comandante iugoslavo Tito.
Nel 1948 è stato accolto alla corte del caudillo Francisco Franco di cui lo Skorzeny è stato sempre un accanito ammiratore.
A questo scopo si sarebbe incontrato a Madrid con Otto Skorzeny, già protagonista con un commando di SS della liberazione di Mussolini dalla prigione del Gran Sasso nel 1943, assoldato dalla CIA nel dopoguerra.
Lo Skorzeny, dopo aver abbondantemente bevuto vino bianco ghiacciato, ha espresso pareri poco edificanti sui militari italiani che custodivano Mussolini  nell’albergo-rifugio del Gran Sasso.



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