

L’avevo ben ostruita, parola per parola, sulla parabola di un Egitto nel quale le sarebbero apparsi (ingranditi fino a sembrare dei o magi) i ritratti della sua famiglia dei suoi antenati. Ma non è forse la vita stessa una fiaba che non possiamo più capire, una volta diventati grandi?
È questa la domanda che pone a se stesso, a un certo punto, Darley, l’io-narrante del celebre «quartetto di Alessandria» dello scrittore anglo-irlandese Lawrence George Durrell (nato a Darjeeling, in India, nel 1912, e morto a Sommières, in Provenza, nel 1990), nell’ultimo romanzo della quadrilogia, Clea (titolo originale: Clea- Tge Alexandrian Quartet IV, 1960; traduzione italiana di Fausta Cialente, Mondadori, Milano, 1961, e Longanesi & C., Milano, 1973, pp.
La bambina aveva gettato un mandarino in acqua ed ora si sporgeva per vederlo rotolare dolcemente giù sul fondo sabbioso della grotta. Si era fermato lì, ammiccando come una piccola fiamma, cullato dal movimento delle onde.
«Non in quest’acqua gelida, morirai dal freddo».
Sapeva già nuotare come una giovane lontra. Era facile, qui seduto sul piano della roccia sporgente sull’acqua, riconoscere in lei gli occhi intrepidi di Melissa, un po’ lunghi sui lati; e, a volte, intermittente, come un granello di sono dimenticato negli angoli, il cupo sguardo indefinibile (supplichevole, incerto) di suo padre Nessim. Sorrisi e mi domandai se quelle parole erano vero mentre osservavo la piccola creatura voltarsi agile nell’acqua e scivolare con grazia verso la sua meta con l’agilità di una foca, le dita dei piedi puntate verso il cielo. Il barlume del piccolo, roseo spacco fra le gambe. Ricuperò abilmente il mandarino e risalì alla superficie serrandolo fra i denti.
Da bambino parlavo come un bambino
come uno di loro pensavo e ragionavo.
Vi sono, infatti, degli ambiti nei quali la capacità di pensare e di esprimersi di un bambino risulta di gran lunga più adeguata di quella che è propria dell’adulto. Ne potremmo fare un elenco abbastanza lungo; che, tuttavia, crediamo si possa compendiare in questi termini: il bambino è infinitamente superiore all’adulto quanto alla capacità fantastica e immaginativa.
Il bambino, senza alcuno sforzo, può calarsi in un «mondo parallelo», dove non esiste la parola «impossibile» e dove può accadere qualsiasi cosa, senza i limiti imposti dal tempo, dallo spazio o dal principio di causa ed effetto. Lo fa, abitualmente, quando gioca: quando gioca davvero, intendiamo dire, e non quando viene parcheggiato davanti a dei giocattoli meccanici, i quali giocano al posto suo; o, peggio ancora, davanti a dei video-giochi, i quali predispongono per lui, e al suo posto, quell’ambientazione virtuale che egli, in condizioni normali, è in grado di evocare con la sua propria facoltà immaginativa.
Anche quando non gioca, tuttavia, il bambino conserva questa predisposizione e questa potenzialità, tanto più che, per lui, non esiste la rigida distinzione (tipica del mondo adulto) fra tempo magico del gioco e tempo profano della vita «ordinaria». Il tempo del bambino, infatti, è tutto, potenzialmente, magico; cioè, se si preferisce, «sacro»: in qualsiasi momento, le creature e le situazioni che stanno acquattate ai margini della vita ordinaria, possono fare irruzione dai loro nascondigli e travolgere vittoriosamente i paletti meticolosamente fissati dalla «ragionevolezza» e dal «buon senso» degli adulti.
La vita, per il bambino, è, dunque, una fiaba. Non «come una fiaba», o «somigliante a una fiaba»: no: una fiaba in se stessa, una fiaba vissuta dall’interno.
Molto probabilmente, e come avviene in quasi tutte le fiabe, gli elementi gradevoli, entusiasmanti e gioiosi saranno variamente mescolati a quelli spiacevoli, deprimenti o, addirittura, paurosi; anche se, in linea di massima, i primi dovrebbero tendere a prevalere, almeno nel caso della vita normale di bambini inseriti all’interno di famiglie e società normali - qualunque cosa si voglia intendere con il concetto, certo generico ma intuitivamente riconoscibile, di «normalità».
Il bambino che, ascoltando la fiaba narrata da un genitore, non si immerge con tutta l’anima in essa; che non trema di paura quando la strega si avvicina alla bella fanciulla, e non freme di gioia quando il giovane principe giunge a liberarla sul suo cavallo bianco, non è un bambino normale -indipendentemente da quanto dura possa essere la sua vita di ogni giorno e, magari, poco consona alla sua età e alle sue esigenze infantili.
Il bambino che, passeggiando a sera nel bosco, non ritiene possibile che fate ed elfi gli appaiano in qualunque momento, non è un bambino normale.
Lasciamo ora da parte ogni discorso, perché non è questa la sede appropriata, circa non la realtà (che, per lui, è assolutamente evidente e indubitabile), ma la oggettività delle cose e delle creature che il bambino vede, ode, annusa o, semplicemente, immagina; ce ne siamo, peraltro, occupati in altro momento (cfr. il nostro articolo I bambini vedono cose che noi non vediamo, sui siti di Edicolaweb e di Arianna Editrice).
Notissimo, ad esempio, è l’episodio «fate di Cottingley», un paese dello Yorkshire ove, nel 1916-17, due cuginette inglesi non solo videro, ma fotografarono delle fate. Lo scrittore Arthur Conan Doyle lo studiò e vi credette, scrivendo sull’argomento il libro The Coming of the Fairie, nel 1922. Cinquant’anni dopo le due cugine, ormai anziane, ammisero - pur tra contraddizioni e reticenze - di avere falsificato, in gran parte, il materiale in questione.
Lasciamo da parte, comunque, la questione della realtà oggettiva dei contenuti fiabeschi, perché quello che a noi interessa, ora, non è stabilire il grado di realtà di questo o quel contenuto, bensì evidenziare che tutta la vita è, per il bambino, una fiaba; e non solo quand’egli fantastica nel corso di un gioco, o quando ascolta le fiabe che gli raccontano gli adulti. Le cose, le persone e le situazioni della vita ordinaria, cioè, vengono da lui percepite attraverso una particolare attitudine mentale e spirituale, che le trasfigura continuamente in altro da quello che esse appaiono allo sguardo e al ragionamento dell’adulto.
Si può anzi dire, senza timore di esagerare, che la vita del bambino e quella dell’adulto giacciono e si muovono su due diversi e separati piani di realtà, solo in parte comunicanti e, ad ogni modo, comunicanti sempre al prezzo di equivoci e fraintendimenti.
Il problema che ci sta a cuore è, ovviamente, sapere se esiste, per l’adulto, la possibilità di continuare a percepire la propria vita come una fiaba, senza smarrire la capacità di giudizio critico accumulata con l’esperienza, e senza cadere in un infantilismo di ritorno che corrisponderebbe a una penosa regressione del suo stadio di maturazione intellettuale, affettiva e spirituale. Ci domandiamo, in altri termini, se l’adulto possa conservare, o ritrovare, la capacità di percepire la propria vita come una fiaba, pur continuando a pensare, parlare e ragionare da adulto. È possibile, insomma, vivere contemporaneamente su due livelli di maturazione e su due piani di percezione della realtà, quello fantastico del bambino e quello logico-critico, proprio dell’adulto?
A nostro giudizio, la risposta è affermativa.
D’altra parte, se ci domandiamo quale sia, esattamente, l’elemento grazie al quale il bambino - e alcune rare persone adulte - hanno il dono di percepire la propria vita come una fiaba, riteniamo che la risposta debba essere: la capacità inesauribile d stupirsi. Solo chi sa stupirsi davanti a ogni cosa, comprese quelle apparentemente più semplici - come il frinire delle cicale sugli alberi in un caldo meriggio d’estate, o come il riflesso del sole al tramonto sui bordi delle nuvole che si aprono dopo la pioggia -, solo chi sa fare questo, è in grado di percepire la natura fiabesca della vita, e di vivere in uno stato di perenne incanto.
E, se lo stupore è la condizione a ciò necessaria e il mezzo per realizzare l’incantamento, un vivo e glorioso sentimento di gratitudine ne sarà, quasi immancabilmente, la conseguenza. Tutto, allora, diviene bellezza; tutto diviene grazia; tutto è motivo di ammirazione e infinita gratitudine.
Come scriveva, ancora, Lawrence Durrell, nel primo romanzo del «quartetto di Alessandria», Justine (1957; traduzione italiana di Liana M. Johnson, Longanesi & C., Milano, 1959, pp. In qualche punto imprecisato, laggiù, dietro la tremolante linea grigioazzurra dell’orizzonte, si stende l’Africa, Alessandria si leva, conservando la sua tenue presa sui nostri affetti mercé ricordi che già lentamente vanno ridissolvendosi nell’oblio: ricordi di amici, di casi lontani. Ho deciso di lasciare senza risposta l’ultima lettera di Clea. Non me la sento più di spingere le persone, fare promesse, pensare alla vita in termini di patti, intese, risoluzioni. Tutto non dipende forse dalla interpretazione che diamo al silenzio che ci circonda?
Appunto.
Tutto non dipende forse dalla interpretazione della vita che stiamo vivendo?
A noi la scelta se interpretarla come una ricca e avvincente fiaba; o come un incubo; o come una catena casuale e insensata di eventi, del pari casuali e insensati.
tratto da Francesco Lamendola



























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