
La celebre scrittrice inglese ed esperta di occultismo e magia Dion Fortune (il cui vero nome era Violet Mary Firt: Llandudno, 1890- Londra, 1945) ha raccontato un inquietante episodio della sua giovinezza, quando, maestrina ventenne presso una scuola privata, fu vittima di quella che lei definì una deliberata «aggressione psichica» da parte della sua direttrice, una donna malvagia che aveva appreso, in Oriente, delle particolari tecniche di suggestione basate sull’uso dei poteri mentali.
Così ha ricordato l’episodio il noto studioso dell’occulto Colin Wilson nel suo libro Mistreri del soprannaturale (titolo originale: The Mammoth Book of the Supernatural, 1991; traduzione italiana di Erberto Petoia, Newton & Compton editori, Roma, 1998, p. 379):
Nel 1911, all’età di vent’anni, diventò maestra in una scuola privata. Dopo diverse feroci dispute con la direttrice, Dion Fortune decise di lasciare il suo lavoro. Una collega le consigliò di partire senza avvertire la direttrice, sostenendo che altrimenti non sarebbe riuscita ad andare via. Malgrado questo consiglio, lei avvertì la sua superiora. Dion Fortune negò indignata le accuse. Alla fine una sorta di istinto profondo avvertì Dion Fortune di far finta di cedere e di chiedere il perdono della sua direttrice. Le giunse alla conclusione che la donna l’aveva danneggiata con un «attacco psichico», facendo sì che il suo corpo astrale disperdesse energia vitale. Come antidoto, si dedicò completamente allo studio dell’occultismo. Forse la parte più interessante del racconto di questa esperienza è quando afferma che la direttrice non aveva usato semplicemente l’ipnotismo, ma anche suggestioni telepatiche - in altre parole, la pressione del pensiero.
Non tutti, però, possono allontanarsi; parenti stretti, colleghi di lavoro, infermieri (nel caso si tratti di ammalati), ad esempio, non hanno la facoltà di andarsene a piacimento, il che li espone a un prolungato influsso negativo.
Quest’ultimo è l’effetto, alla lunga, più pericoloso: perché il fatto di abituarsi a vivere, poco a poco, senza più un barlume di speranza nella bontà e nella bellezza della vita, trasforma chi ne è soggetto in un vero e proprio «ossesso».
Naturalmente non stiamo parlando, qui, di circostanze specifiche dell’esistenza, di momenti o situazioni nei quali è normale, anche se dannoso, abbandonarsi al pessimismo e diffonderlo involontariamente intorno a sé. Qui si parla di una struttura del carattere che è divenuta, o che tende a diventare, permanente; e nella quale non c’è più spazio per la capacità di vedere gli aspetti postivi della realtà, ma solo uno sconsolato ed autolesionistico desiderio di sprofondare sempre più in basso nello scoraggiamento e nel nichilismo. Esso è di solito unito all’autocompiacimento del proprio dolore e al demoniaco desiderio di contagiare quante più persone possibile, spegnendo in esse la scintilla dell’amore per la vita; cosa pericolosissima, soprattutto se rivolta a dei giovani o, peggio, a dei bambini.
Secondo certe teorie, già il solo squilibrio nel potenziale vitale tra un anziano e un bambino dovrebbe sconsigliare una eccessiva vicinanza fisica tra essi, specialmente nelle ore del sonno, perché la psiche dell’anziano tenderebbe a vampirizzare quella del bambino.
Si tratta di cogliere la differenza fra colui che pensa, parla e ragiona in modo sistematicamente negativo, perché si trova in uno stato di temporanea prostrazione e di non voluto abbattimento, e colui che, al contrario, prova una sorta di maligna soddisfazione nello sporcare o nel demolire ogni aspetto positivo della realtà, allo scopo di potersi beare di un quadro fatto di negatività assoluta. Ebbene, questa irritazione e questa aggressività possono avere origine anche in una parte del nostro io, quella che si compiace di soffrire, e dirigersi eventualmente contro un’altra parte del nostro io, quella che vorrebbe reagire positivamente alle sfide della vita e alle difficoltà davanti alle quali, talvolta, abbiamo la sensazione di non farcela.
Sia che il vampiro psichico si trovi all’esterno, sia che si trovi all’interno del nostro io, la sua caratteristica fondamentale è quella di non voler star meglio, di non voler guarire, perché ciò lo priverebbe dello strumento mediante il quale perseverare nella sua attitudine di parassitismo e grazie al quale può tenere in pugno il prossimo.
In realtà il suo male, se pure, in origine, era di natura fisica o psicologica, ha finito per mettere radici nella parte più profonda della sua anima, ed è divenuto un malessere spirituale. Ricordiamo quanto detto nel precedente articolo Amare la vita è il segreto per reagire alla stanchezza fisica, mentale e spirituale (sul sito di Arianna Editrice), e cioè che la volontà può agire dai livelli superiori della persona verso quelli inferiori, ma non viceversa.
Un caso a parte è costituito dai parenti di quelle persone che soffrono da molti anni, o magari dalla nascita, di gravi malattie o di handicap fisici o psichici, le quali, sotto la pressione inclemente della situazione che si trovano a vivere, possono talvolta accumulare una carica di risentimento inconscio nei confronti del malato o del disabile. Ma, poiché il loro Super-io non ammetterebbe mai una cosa del genere e, d’altra parte, la tensione e il rancore accumulati esigono imperiosamente di venire alla luce, essi deviano i loro sentimenti negativi dal loro oggetto reale alla società dei «sani», colpevole non tanto di indifferenza nei confronti della loro difficile situazione, quanto di godere di un bene che ad essi è negato: la tranquillità di una vita normale, la salute delle persone care e, con essa, la pace dello spirito.
Certo, questa è una cosa «politicamente scorretta» da dirsi, perché l’istintivo senso di colpa del sano nei confronti del malato induce il primo a pensare che, al mondo, esistano solo due generi di persone: quelle buone e che soffrono ingiustamente, e quelle egoiste, che se la spassano; e che i malati e i disabili devono rientrare di diritto nella prima, mentre tutti i sani appartengono - almeno potenzialmente - alla seconda.
Al di là delle esagerazioni vitalistiche e superomistiche di Nietzsche, il problema è reale.
Che cosa possiamo concludere?
La sofferenza esiste; le malattie esistono; esiste anche la depressione, che non è semplicemente una debolezza della volontà, ma una malattia ben precisa, e anche delle più difficili da curare.
Lungi da noi sostenere che il mondo è pieno di malati immaginari, i quali nascondono dietro improbabili malesseri la loro paura, la loro amarezza e la loro delusione nei confronti della vita. Però, al tempo stesso, è un fatto che esiste anche la tentazione di lasciarsi cullare dalla malattia e di crogiolarsi nella sofferenza: tentazione molto umana e alla quale, in determinate circostanze (ad esempio, quando si deve affrontare un disturbo cronico o una grave infermità permanente), è difficile resistere.
Davanti al vampiro psichico - che può essere, lo ripetiamo, anche dentro di noi - sono vani i rimedi fisici o i ragionamenti, i quali ultimi fanno appello alla sola sfera mentale. Il suo problema vero è di tipo spirituale, ed è su quel livello che esso va collocato, affrontato e combattuto - nella misura in cui ciò sia possibile.
Esistono soluzioni a una situazione del genere?
Ciò dipende dai molti fattori implicati in ciascun singolo caso; ogni situazione è un caso a sé, non esistono regole generali.
In linea di massima, crediamo si possa fare questa osservazione: non si diventa vampiri psichici per caso, ma come esito estremo di un atteggiamento generale nei confronti della vita; un atteggiamento coltivato per anni, giorno dopo giorno, fatto di pessimismo, sfiducia, paura, rabbia, egoismo e desiderio di rivalsa. È il rancore dei deboli che avevano ambizioni smisurate, ma che non hanno saputo lottare per realizzarle neanche in minima parte; la solidificazione delle cattive abitudini di un ego ipertrofico, irrealistico e vendicativo, deciso ad avvelenare agli altri quel po’ di serenità o di gioia che sono riusciti a conquistarsi, perché nessuno deve star bene quando il «vampiro» sta male, e ha ventiquattr’ore al giorno per rimuginare sulla sua desolazione.
Se il vampiro psichico è, in fondo, un ossesso, come dicevamo più sopra, il rimedio più diretto sarebbe quello di un rito di liberazione che si può apparentare all’esorcismo: nel senso che si tratta di scacciare uno spirito di negazione e di impedimento, che si è installato al di dentro e al di sopra dell’io quotidiano.
D’altra parte, non si deve dimenticare che l’esorcismo è un semplice strumento, mentre il rimedio effettivo è l’amore di Dio e dell’uomo; quindi, anche nel nostro caso, una disposizione amorevole, di apertura, di generosità, resta pur sempre il rimedio più efficace, almeno in quei casi nei quali è ancora possibile intervenire per liberare l’io «normale» dal suo molesto e sgradito ospite parassitario.
Quanto meno, bisogna essersi spogliati della pretesa arrogante di essere i soli padroni della nostra vita, di poter capire tutto con la sola ragione, e di non aspettarsi altro aiuto che quello di una scienza quantitativa, meccanicistica e senz’anima.
estratto da un articolo di F. Lamendola



























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