
Il «verbale Cova»
E veniamo ora ad analizzare questo «verbale» del dottor Cova Villoresi.
Il medico indica, come orario del termine dell’autopsia: «le ore 8,30 essendo una magnifica giornata di sole ed essendo la giornata d’ingresso trionfale degli americani a Milano avvenuta alle 16,30».
Il fatto che indichi appena un’ora, quale periodo di durata dell’autopsia, a meno che non sia un errore di trascrizione, lascia veramente sconcertati, tanto più che pare accertata una durata della stessa, coerentemente con un tempo razionalmente necessario, che dovette aggirarsi tra le 3 e le 4 ore circa (con inizio alle ore 7,30 ore legale del 30 aprile 1945).
Stranamente il Cova, quasi a presagire (o per parare a posteriori?) future fughe di notizie, su quanto avvenne in sala settoria, dopo aver minuziosamente descritto tutti i presenti: «Il professor dottor Mario Cattabeni…, aiuto universitario alla cattedra di Medicina Legale qui a Milano che esegue l’autopsia …; il professor dottor Scolari, direttore dell’Istituto di Clinica Dermosifilopatica dell’Università di Milano; il professor D’Alessandro, libero professionista neurologo; un generale partigiano, medico, membro del CLN e incaricato ora della Direzione della Sanità Militare;
il necroforo ed io», descrive anche le persone estranee (per lo più partigiani e curiosi) che entrano nella sala anatomica, sia durante che dopo l’autopsia, come il dottor Pricolo Vittorio ed un altro necroforo, quindi un laureando in medicina accompagnato da un amico (tutti arrivati alla fine dell’autopsia).
Aggiunge poi esplicitamente: «Nessun altro individuo ha assistito all’autopsia e quindi altre descrizioni che possano esser fatte al di fuori degli individui sopra citati debbono essere considerate false. Un giornalista che tenta di introdursi nella sala anatomica viene subito fatto uscire».
E’ ovvio che viene da chiedersi il perchè, questo medico, risultando poi prolifico di descrizioni ed illazioni di carattere non medico e per altri versi carente (sia che gli spettasse o meno il farlo) per non aver riportato elementi utili sullo stato in cui si presentava il cadavere, in particolare rispetto alla subìta fucilazione, abbia invece ritenuto opportuno indicare meticolosamente le presenze in sala settoria e puntualizzare che ogni altra attestazione di presenza deve ritenersi falsa.
Questa precisazione, non richiesta, suona quanto meno strana e potrebbe far pensare che, già da allora, si paventava il timore che qualcun altro, in futuro, potesse mettere in dubbio l’esame autoptico.
In ogni caso ci si chiede dove sarebbero finiti i non menzionati americani che pur è noto assistettero all’autopsia e fecero anche delle riprese cinematografiche di cui, alcuni spezzoni riferentesi ai momenti della necroscopia appena conclusa, abbiamo potuto tutti vedere nella serie video «Combat film».
Diciamo che trattasi di una dimenticanza espositiva e andiamo avanti.
E’ alquanto strano, però, che questo assistente, così puntiglioso e prodigo nelle sue note di colore, tranne pochi accenni irrilevanti, non abbia invece inteso segnalare elementi veramente importanti sullo stato del cadavere, sul rigor mortis, rispetto alle ferite ed al vestiario, così come gli
si presentava, prima di essere preparato e spugnato (e sappiamo quanto questo sarebbe stato importante!).
Accennò appena ai pantaloni sporchi di sangue e fango e lacerati ed ai mutandoni lunghi di lana crivellati da qualche proiettile e insanguinati.
Ma le parti che più lasciano perplessi di questo documento (il Cova si presentò anche nel 1995 in televisione a commentare alcuni particolari dell’esame autoptico) sono evidentemente quelle che danno l’impressione di tendere a far coincidere la stringata versione de L’Unità del 30 aprile, che parlava di una esecuzione tramite 5 colpi, con gli esiti dell’autopsia, elidendo e sintetizzando al massimo il verbale di Cattabeni e non facendo oltretutto alcun cenno allo stato del rigor mortis!
Egli infatti, per quanto riguarda i colpi premortali, rilevati sul cadavere del Duce, tende a sintetizzare ed elidere parti del verbale di Cattabeni riportando, a nostro avviso, in modo seppur corretto, ma non organicamente espositivo, quanto segue: «Sul torace nella metà superiore, quasi sottoclaviare e più precisamente nell’ambito del piccolo pettorale quattro fori con alone emorragico, che puntano nel cavo toracico e che vengono riconosciuti come fori d’entrata che hanno il loro corrispettivo foro d’uscita sulla regione dorsale, sempre nella metà più alta (…) due fori premortali sulla faccia posteriore dell’arto superiore destro: uno d’entrata a livello del IV superiore dell’avambraccio, l’altro di uscita al IV inferiore del braccio»; e qui, ovviamente, aggiunge subito - ma guarda un po! - il sospetto di un gesto di schermo con il braccio piegato, di fronte alla fucilazione, anticipando, ma siamo sicuri della datazione di questo documento?,
l’analoga osservazione che farà Cattabeni in Clinica Nuova ad agosto ‘45.
Più avanti riporterà anche: «… Si conclude che la pallottola che attraversò il torace mediamente al polmone sinistro, al di sopra dell’ilo (che in parte risulta lacerato) abbia incontrato lacerandola l’aorta all’arco e che quindi ne sia seguito un emotorace a sinistra: la morte deve essere stata rapidissima e questa per l’unico colpo mortale dato che gli altri tre furono così suddivisi: 2 all’apice del lobo superiore sinistro del polmone; l’altro al braccio destro».
Anche qui, guarda caso, proprio in sintonia con la prima versione dell’Unità che, a differenza delle successive, non parlava del colpo di grazia (perchè il Duce rantolava, ma non era morto! dirà in seguito Valerio ndr).
Il Cova poi descriverà un non rilevante colpo postmortale al fianco: «A livello della spina iliaca anteriore superiore di destra, mediale a questa un foro d’entrata e foro d’uscita dal lato gluteo: pure questi postmortali».
Ma letto questo, si nota subito la mancanza del riscontro dell’importantissimo foro premortale al fianco, con fuoriuscita al gluteo, pur descritto da Cattabeni, che infatti aveva scritto nel suo verbale:
«Al fianco destro, poco al disopra di un livello corrispondente alla spina iliaca superiore, un foro d’entrata con ampio alone escoriativo emorragico, cui fa seguito un tramite sottocutaneo sboccante in un foro di uscita al livello della regione glutea di destra nel quadrante anterosuperiore (Cattabeni verbale 7241)».
E per i colpi premortali questo è tutto, con un resoconto che si può ben far adattare alla prima versione del misterioso e solitario uccisore di Mussolini, che proprio quel mattino del 30 aprile ‘45, come abbiamo visto, su L’Unità aveva scritto: «Da una distanza di tre passi feci partire cinque colpi contro Mussolini…».
Ma addirittura nella trasmissione RAI del ‘95, prima menzionata, il Cova, a domanda rispose: «Mussolini morì per l’unico colpo, dei quattro che lo raggiunsero, che gli tranciò l’aorta» lasciando perplessi per questo suo modo espositivo che non menzionava tutti gli altri colpi.
La rigidità cadaverica
Dal verbale autoptico di Cattabeni, è bene ricordare che il medico aveva parlato di una rigidità risolta alla mandibola e persistente agli arti, cosa questa che non sarà confermata da alcune testimonianze rese da chi aveva maneggiato precedentemente i cadaveri e dalla osservazione delle foto dei cadaveri stessi nei corridoi dell’obitorio, dove si notava una avanzata risoluzione del rigor mortis.
Anche se questi riscontri indiretti, per così dire «virtuali», non potevano essere «oggettivi» e neppure definitivi, si veniva a mettere in dubbio una morte che si diceva risalente a poco più di 39 ore prima dell’autopsia ovvero alle 16,10 del 28 aprile 1945.
Risalendo infatti, ai riscontri testimoniali e fotografici, fatti molto prima dell’autopsia, ci si trovava in presenza di un arco di tempo troppo ristretto per un completarsi della rigidità cadaverica ed un inizio avanzato della sua risoluzione, pur considerando il trattamento traumatico subito dal cadavere in piazzale Loreto, le modalità della morte ed altri elementi fisiologici.
Si poteva quindi pensare, anche se quella della rigidità cadaverica è una materia complessa e soggetta a molte eccezioni, che l’annotazione del Cattabeni non era veritiera.
Infine, altra sintetica osservazione del Cattabeni, era stata quella di aver riscontrato uno stomaco vuoto con poco liquido torbido bilioso, indice questo di un digiuno risalente a molte ore prima della morte.
Nella sua relazione il Cova, invece, significativamente elise tutto questo; non integrò, non precisò, non segnalò niente, sorvolò su tutto, ma per altri versi attestò: «In bocca mancano parecchi denti e tutti i superiori di destra» senza dare ulteriori particolari, e quindi non avendo menzionato i resti di una traumatica avulsione delle radici (ben visibile), da imputare allo scempio di piazzale Loreto, si sarebbe indotti a pensare che Mussolini portasse una protesi all’arcata superiore destra.
Inoltre segnalò il fatto che la testa del cadavere del Duce, totalmente mobile, ha una frattura traumatica della colonna cervicale.
Il Cova, en passant, racconterà che a piazzale Loreto furono scaricati colpi di rivoltella contro qualche cadavere, in particolare quello del Duce, il cui viso e cranio, prima indenni, ne vennero sfigurati.
Aggiungerà anche che vi sono numerosi fori d’uscita da proiettili nella regione nucale, tutti post mortali.
Resta il fatto, però, che un foro sulla nuca, visibile sul cadavere nelle foto prima dell’appendimento, quando il Duce al suolo ha il capo appoggiato sul petto della Petacci, difficilmente potrebbe essere stato causato a piazzale Loreto, visto la difficoltà e pericolosità di sparare ad altezza del terreno e si potrebbe configurare invece come un precedente e mistificatorio «finto colpo di grazia» su di un cadavere, sparato da chi non è al corrente che è molto facile, per un medico, stabilire se un colpo è stato attinto da vivo oppure da morto.
Il Cova ci informerà poi che l’encefalo viene conservato in formalina e di questo si prelevano dei pezzi per studio.
Le successive precisazioni di Cova Villoresi
Spostiamoci ora di molti anni in avanti dove troveremo delle drastiche affermazioni rilasciate dal Cova, in merito alle voci che insinuavano e lui lo negava che, a Cattabeni con i suoi assistenti ed al necroforo, abbia assistito all’autopsia anche il professor Alberto Mario Cavallotti, «Albero» (medico pediatra in quel momento responsabile della Polizia a Milano) e tanto meno il professor Pietro Bucalossi «Guido» che ben conosceva, sollevandoli così dal sospetto, da alcuni avanzato, che sia stato uno di loro quel «Guido» generale medico che supervisionò l’autopsia e che si dice sconsigliò di farla sulla salma della Petacci.
Un generale medico che poi risultò misterioso ed introvabile.
Peccato però, che nel caso del Cavallotti, c’è una sua testimonianza del 1983, resa al professor Guderzo, che fa sorgere il dilemma: o mente Albero, o mente il Cova (non si può parlare di svista perchè il Cova è stato categorico nell’escludere la presenza di Cavallotti).
Infatti ecco cosa disse Cavallotti al professor Guderzo, ammettendo in pratica di aver assistito all’autopsia, a meno che non parlasse in termini impersonali e generici (vogliamo essere possibilisti all’eccesso e quindi, in questo caso assolvere l’attestazione del Cova): «L’autopsia fu eseguita dal professor Cattabeni, e non trovammo traccia della famosa ulcera di cui si era tanto parlato. C’erano naturalmente le traiettorie delle pallottole».
Il Cova, oramai anziano, essendo del 1911, come detto, ebbe a ripetere alcune di queste asserzioni anche in televisione, aggiungendovi ambiguamente (e questa sua asserzione sollevò in seguito alcune proteste), la giustificazione che la mancata autopsia di Clara Petacci avvenne per il semplice fatto che: «non fu ritenuta necessaria» visto che, tra l’altro, la Petacci non rivestiva una particolare importanza storica.
Quindi, come vedesi, riviene di nuovo il sospetto che ci troviamo ancora in presenza di un tentativo di puntellare la versione ufficiale, giustificando in qualche modo anche il mancato esame necroscopico della Petacci (con tutti i risvolti che esso comportava).
A questo proposito, però e’ risibile l’affermazione che sia stata «ritenuta non necessaria» l’autopsia della Petacci, fucilata assieme al Duce e le cui risultanze erano quindi di estremo interesse per integrare l’altra autopsia perchè, bene o male, il personaggio (a differenza delle centinaia di cadaveri quel giorno purtroppo in deposito) rivestiva un certo rilievo storico ed infine era stata comunque uccisa assieme a Mussolini e con lui portata all’obitorio rientrando, tra l’altro, la sua autopsia nei doveri dei medici legali in virtù dell’allora vigente regolamento di polizia mortuaria circa le morti violente.
Solo un gravissimo motivo, riguardante la certezza che sarebbe sicuramente emerso un totalmente diverso, aspetto delle cose la poteva impedire.
Come accennato, da più parti viene asserito che l’autopsia sul cadavere del Duce ed il diniego di eseguirla su quello della Petacci, erano stati ordinati da questo misterioso comandante generale della Sanità del CVL, che viene anche indicato in firma a margine del verbale con il nome di battaglia di «Guido», il quale presenziò a tutta l’operazione.
Di questo comandante medico non si saprà più nulla!
Dietro questo nome di battaglia, tra gli altri, si celava il professor Pietro Bucalossi (che però negò decisamente di essere stato lui a firmare il documento), così come pure lo negò tale Achille De Simone, altro «Guido», sanitario delle Brigate Garibaldi, il quale ultimo lo rimandò ad un certo Italo Busetto che pur non ne sapeva niente.
Molti hanno avanzato la plausibile ipotesi che questo «Guido» possa essere stato proprio Aldo Lampredi, ma siamo sempre nel campo delle ipotesi anche se in questo caso, nonostante
il Lampredi non fosse medico, ciò possa essere possibile: infatti, questo pseudo sanitario dovendo probabilmente attendere a che non uscissero fuori particolari compromettenti per la versione ufficiale doveva pur essere molto bene al corrente di come erano andate le cose e quindi il Lampredi risponderebbe a questo requisito.
E’ di estremo interesse invece notare, come disse Franco Bandini, che pur qualcuno ordinò e firmò, non per capriccio, ma per evidente ordine ricevuto, e quindi si è dissolto nell’aria!
Perchè?
Quale grave necessità c’era per questa sparizione?
Ma tutti tacciono!
Il colpo di scena del Cova nel 2003
Ma del Cova ecco il colpo di scena finale che gli storici e giornalisti resistenziali si sono ben guardati dal commentare.
Nel dicembre del 2003, il dottor Pierluigi Cova Villoresi rese al giornalista Augusto Fontana, una straordinaria intervista, che il Fontana pubblicò nella rivista mensile da lui diretta «Italia Tricolore per la Terza Repubblica» con servizi dall’aprile 2005 a maggio 2006.
In questa intervista, infatti, il vecchio medico di sicura fede antifascista, oramai oltre i 90 anni, seppur non diede ulteriori novità sulla famosa autopsia, fece delle interessanti affermazioni, che probabilmente scaturivano da qualcosa che aveva pur sentito o dedotto.
Intanto il Cova smentì di essere lui quel fantomatico medico che in una presunta, ma mai accertata trasmissione radiofonica, si spacciò come presente all’autopsia, raccontando di aver riscontrato mutilazioni, sevizie e orribili traumi inferti a Mussolini e alla Petacci da vivi (particolari assurdi totalmente inventati) e quindi ribadì, per sua conoscenza diretta dell’autopsia, la falsità di queste voci.
Arrivando però ad una domanda dell’intervistatore, circa gli eventi correlati all’esecuzione di Mussolini, ebbe a precisare: «Li avevano rinchiusi nell’albergo vicino al posto dove poi sono stati fucilati».
«Ah quindi non nella camera da letto dei De Maria?» chiese l’intervistatore riferendosi alle note ipotesi di una uccisione dentro la stanza.
Cova: «No, no, no, fuori!… erano fuori… Lì c’è una specie di terrazzo dal lato stradale col limite in ferro tra la strada e il lago e c’è una piazzetta… «.
E sulla Petacci, parlando del cancello di Villa Belmonte ebbe a precisare: «… quel cancello lì è sbagliato, perchè dove l’hanno uccisa è sulla curva di una stradina che parte dal lago, parte dalla strada, c’è la strada che praticamente è parallela al margine del lago».
Si faccia attenzione: i cadaveri rinchiusi nell’albergo (evidentemente il Milano sulla via Albana), l’uccisione fuori di casa, ma nei pressi, di Mussolini e quella della Petacci avvenuta da un altra parte sulla curva di una stradina, tutti particolari molto simili alla testimonianza di Dorina Mazzola riportata dal Pisanò.
Ed è interessante notare che il Cova disse espressamente di non conoscere le versioni di Pisanò.
Certamente, questi da lui riferiti, non potevano essere particolari direttamente vissuti dal Medico, ma li aveva comunque sentiti e gli aveva dato un evidente credito, proprio lui che poteva, sia pure indirettamente, definirsi il massimo assertore della versione di Valerio.
Chissà se da allora gli storici resistenziali portano ancora in palmo di mano il Cova Villoresi.
Maurizio Barozzi
Il Resto del Carlino
L'Unità
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