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Il giorno in cui la scienza diventò scie-menza…

In questi ultimi tempi cominciano a scricchiolare vieti paradigmi conoscitivi e Francesco Lamendola, con la sua capacità di auscultare anche i rumori più sommessi, ci testimonia, nel suo pregevole articolo, del progressivo superamento di concezioni non più sostenibili nell’ambito della paleontologia e dell’archeologia.

Nondimeno il processo, che potrà forse portare ad una nuova Weltanschauung, si scontra con l’ottuso conservatorismo dell’establishment scientifico, ma soprattutto con la più che mai cogente volontà di nascondere, di censurare. Lo si constata in particolar modo nell’ambito di materie come la fisica, la chimica e la meteorologia sottoposte ad uno stravolgimento orwelliano pur di mascherare l’ignobile operazione “scie chimiche”. Altro che crisi delle scienze europee di husserliana memoria! Questa non è una crisi, ma una distruzione sistematica della cultura, intesa come ricerca della verità e come amore disinteressato per la conoscenza. E’ inevitabile che l’atteggiamento censorio si estenda anche alla paleontologia ed alla storia antica: rinunciare al Neodarwinismo significherebbe ammettere ipotesi eretiche, come quella dell’intervento extraterrestre (Vedi Tertium datur).

Sul rifiuto opposto dagli accademici a prendere in esame teorie eterodosse, Lamendola così si esprime: “Comunque, se vogliamo dirla tutta, una delle ragioni - e non fra le meno importanti - per le quali il mondo scientifico ‘ufficiale’ si mostra così chiuso ed ostile nei confronti di tutte quelle ricerche che tendono a suggerire la necessità di una significativa retrodatazione della genesi delle ‘prime’ civiltà, nonché di una lettura non solo simbolica del racconto di Platone su Atlantide, è il fatto che questo, da circa un secolo, sembra essere divenuto il terreno prediletto di gruppi esoterici più o meno orientaleggianti, più o meno bizzarri, per non dire spiritistici: gruppi il cui solo nome fa rabbrividire gli scienziati e che essi considerano come tipici rappresentanti della ciarlataneria occultistica e pseudo-religiosa”. Il mondo “scientifico” ufficiale, in realtà, è contraddistinto da un’ignoranza mostruosa (vedi Gli scartafacci di Giuliacci) e non si discosta molto, da un punto di vista qualitativo, dal pastiche pseudo-esoterico: la chiusura dell’accademia è motivata, a mio parere, per lo più da ragioni di cover up e di mistificazione.

L’8 ottobre del 1922 l’American Weekly, inserto del New York Sunday American, pubblicava un articolo intitolato Il mistero di una suola di scarpa pietrificata, vecchia di cinque milioni di anni. Si trattava del rinvenimento, in una località del Nevada (Stati Uniti Sud-Occidentali, nell’area del Cosiddetto Great Basin, Gran Bacino, di uno stranissimo reperto archeologico: l’impronta di una parte di suola, per la precisione, la parte posteriore, corrispondente al “tacco”), cucita in pelle, all’interno di una roccia del Triassico. Autore del sensazionale rinvenimento era stato un rispettabile ingegnerie minerario e geologo, John T. Reid.

Ora, i geologi pongono l’inizio dell’era triassica a duecentoquarantotto milioni di anni fa e la sua fine duecentotredici milioni di anni fa: un periodo durante il quale, secondo il paradigma scientifico ufficiale, mancava ancora moltissimo tempo alla comparsa dei primi uomini sulla faccia del nostro pianeta; per non parlare di scarpe o massimi che fossero, i quali sono, evidentemente, il frutto di un livello di civiltà relativamente progredito. E allora? E allora, in questo come in molti altri casi, agli scienziati accademici non restava che una cosa da fare: dare torto ai fatti, per salvare le loro belle teorie. Ed è quanto essi fecero.

Il fatto è riportato, fra l’altro, nel libro di Michael A. Cremo e Richard L.Thompson, Archeologia proibita. Storia segreta della razza umana (titolo originale: The Hidden History of the Human Race, 1996; traduzione italiana di Mariagrazia Oddera, Roma, Newton & Compton Editori, 2002, pp. 146-147).

Quello che gran parte delle persone comuni ignorano è che ritrovamenti del genere non sono affatto così rari e si contano ormai a decine; ma la cosa difficilmente trapela al di fuori della letteratura specializzata, perché l’informazione scientifica è monopolizzata dai sostenitori del paradigma dominante, secondo il quale l’uomo “moderno” è apparso sulla Terra in tempi a noi relativamente vicini, non più di 100.000 anni fa; mentre le più antiche civiltà conosciute, quella mesopotamica e quella egiziana, non rimonterebbero indietro nel tempo a più di 6.000 anni fa. Tutti i fatti e tutte le speculazioni che sono in contrasto con tale paradigma, non diciamo di molti milioni di anni - come nel caso della suola di mocassino del Nevada, sopra riferito - ma anche soltanto di qualche migliaio di anni, vengono automaticamente respinti e, se possibile, censurati e insabbiati, sicché la maggior parte delle persone di media cultura non ne sono neppure a conoscenza.



Così, per fare un altro esempio, oggi è stato provato che la Sfinge della piana di Gizah, in Egitto, è stata dilavata dall’acqua; e che l’ultimo periodo in cui la valle del Nilo conobbe un clima particolarmente piovoso fu al termine dell’ultima glaciazione, fra 15.000 e 13.000 anni fa; mentre le piogge furono ancora discretamente abbondanti fra i 9.000 e i 7.000 anni fa, e non oltre. È chiaro, pertanto, che la Sfinge non poté essere costruita più tardi di tale periodo; altrimenti non potrebbe presentare segni di erosione da acqua piovana, che dovette protrarsi per migliaia di anni. Questo senza contare le prove astronomiche, che tendono anch’esse a retrodatare di parecchio, rispetto alla cronologia “ufficiale”, l’intero complesso monumentale di Gizah.
by zret